LA PITTURA CHE VIENE DALLA PERFORMANCE
di Luca Beatrice

La data del ritomo alla pittura, almeno in Europa, si può stabilire attorno al 1976. Anche se alcuni performers non avevano mai abbandonato totalmente l'esercizio del dipingere, ma piuttosto relegato la pittura, vista forse anche la moda imperante, in ambito privato, in una specie di gioco, talvolta addirittura una sorta di diario segreto o blocconotes. La pittura si trasforma dunque inglobando alcuni elementi della performance, dell'installazione e anche della fotografia. Perché se l'arte d'avanguardia degli anni sessanta e settanta è stata caratterizzata dall'uso di oggetti extra-artistici (compreso il corpo umano), con l'accentuazione della loro materialità e oggettualità e anche come pura rappresentazione (in alcuni casi si potrebbe parlare di nuova spettacolarità), la pittura in generale e quella degli ex-performers in particolare tende ad assumere alcune di queste caratteristiche. Helena Kontova, La pittura che viene dalla performance, 1982.

Alcune intuizioni critiche riescono a uscire dal contingente, anticipare i tempi e capire gli sviluppi di un processo in formazione.
In quest'articolo pubblicato vent'anni fa su Flash Art(n. 107, gennaio-febbraio 1982) Helena Kontova metteva a fuoco una nuova " situazione pittorica rivelandone la forte matrice concettuale e l'unione con l esperienze artistiche più avanzate, legate appunto all'utilizzo del corpo. Molti, più o meno nello stesso tempo, hanno creduto che la pittura non potesse essere ascritta, proprio per la tradizione insita nel materiale e nella forma, all'elite d'avanguardia. Oppure, gli stessi pittori hanno preferito mantenere una posizione di distacco e di lontananza, fieramente abbarbicati sulla sovrana inattualità del loro linguaggio. E' evidente che entrambi si sbagliavano, perché la pittura contemporanea costituisce piuttosto un campo fluido di combinazione tra elementi spuri, tra ambiti disparati, tra sensibilità disgiunte dal desiderio di unità. Nella nostra epoca la pittura non è mai un fine ma piuttosto un mezzo, eventualmente intercambiabile, soprattutto non è una riserva di caccia ne luogo della specie protetta. In tutta Europa molti giovani artisti avanzano allora in tali commistioni e campionamenti (curioso che già nell'82 la Kontova avesse utilizzato il termine contaminazione diventato di gran moda ai giorni nostri) traducendo in immagini la loro ipersensibilità nei confronti di una cultura molto estesa e priva di gerarchle e di ordini. Tra gli artisti più significativi messisi in luce nell'ultimo decennio sta sicuramente Federico Guida, che ha all'attivo un interessante palmaresd\ mostre in Italia e all'estero. Partito da una ricerca sui cosiddetti miti giovanili siglata da un taglio insieme sociologico e affettivo - quei quadri mostravano più di una vicinanza con il cinema, la fotografia, la pubblicità, la letteratura e quant'altro definiva usi e costumi delle nuove tribù di fine secolo - Guida ha operato, da un paio d'anni, un'importante svolta in chiave di maturità e consapevolezza pur senza trascurare le esperienze che lo hanno formato. Fin dall'inizio nel suo lavoro il corpo infatti è il protagonista principale. La sua pittura prende origine dal desiderio di registrare e inscenare una performance allo scopo di provare la resistenza fisica dell'oggetto raffigurato e in fondo anche del se stesso come artista. Negli anni settanta performance e body ari avevano un chiaro significato etico, e il corpo assumeva in sé il ruolo trasgressivo e di oppositore nei confronti dei modelli sociali più tranquillizzanti. Il corpo doveva soffrire, resistere, provare dolore sulla propria pelle e anche più dentro, fino alla carne. Nei decenni successivi tale condizione etica ha lasciato il posto a una lettura in chiave estetica; trasformazioni, mutazioni, slittamenti esibiti nella consapevolezza di un gioco chiuso su di sé come esatto specchio del tempo. Anche gli spazi scenici si sono ristretti e la performance ha assunto un tono più domestico e confidenziale, a tratti intimo, quasi un accordo personale tra il ritrattato e il ritrattante (l'opera e l'artista). Per Federico Guida la pittura è l'occasione di teatralizzare e rendere pubblico un evento altrimenti privato. Tra il 2000 e il 2001 raffigura alcuni modelli maschili non più giovani, anzi particolarmente segnati dal tempo e dalla vita. Angelo e Dino si lasciano fotografare compiici dell'artista. Attorno ai loro volti e i loro corpi gira la riflessione di Guida sulle potenzialità della performance contemporanea, incentrata ancora sul concetto di resistenza, ma priva della necessità dell'opposizione. Se John Coplans fotografa "impietosamente" se stesso incurante della vecchiaia e del decadimento fisico, Guida trasferisce tale pathos sul corpo dell'altro, altro che diventa tramite per un discorso legato appunto alle possibilità di resistenza, la lotta contro il tempo e la salvaguardia nella memoria. Da qui Guida "scopre" il rosso come unicum cromatico, colore distribuito in maniera irrealistica, quindi non narrativa, ma carico di sensi sanguigni e carnali. I nuovi lavori di Guida approfondiscono ulteriormente la relazione con la performance: i grandi disegni di Robert Longo, le azioni di Jana Sterbak, gli spettacoli di teatro danza di Mercé Cunningham, le coreografie di Rei Kawakubo sono le pietre di paragone immediate. Per Automakie Guida utilizza una giovane contorsionista lasciandola libera di assumere le pose più sciolte e impossibili. Il corpo di lei si contorce e si avvita, gli arti si flettono, la testa si nasconde fino a scomparire, fino a fondersi innaturalmente con il tronco. Guida sceglie alcuni di questi scatti e li ferma dipingendoli sulla quinta dell'opera. Mi pare che in questo caso il suo discorso sulla pittura si vada facendo ancor più filosofico e consapevole. Saggiare i limiti del corpo umano fino alle estreme possibilità costringendo la pittura a misurarsi con il confine rappresentativo. Forma, equilibrio, prospettiva, realismo: ogni cosa viene messa in gioco e noi ci troviamo immessi in una sorta di labirintite dove non sappiamo più cosa è diritto, cosa è rovesciato. Da che parte siamo noi, dove ci troviamo, con i piedi per terra o se tutto sta girando.